top of page

Dalla sicurezza obbligatoria alla sicurezza integrata: perché le imprese hanno bisogno di un nuovo modello di prevenzione

Dopo oltre trent'anni al fianco delle imprese, una convinzione: DVR, RSPP, formazione, medicina del lavoro e HACCP non possono più essere gestiti come mondi separati. L'impresa è una sola. Anche la sicurezza deve diventare un sistema.

di Giancarlo D'Andrea – Sociologo, Direttore di 626 School


Quando ho iniziato a occuparmi professionalmente di formazione e sicurezza delle imprese, nel 1994, il mondo del lavoro era profondamente diverso da quello che conosciamo oggi.

Erano diverse le imprese, erano diverse le tecnologie, erano differenti i modelli organizzativi. Ed era inevitabilmente diversa anche la cultura della sicurezza.

Da allora sono trascorsi più di trent'anni.

Ho visto cambiare norme, procedure, strumenti e linguaggi. Ho visto crescere l'attenzione verso la prevenzione e aumentare progressivamente le responsabilità attribuite a chi dirige un'impresa.

Ma soprattutto ho avuto l'opportunità di osservare la sicurezza da un punto di vista particolare: quello degli imprenditori che ogni giorno devono trasformare le prescrizioni normative in decisioni concrete.

Ed è proprio da questa esperienza che nasce una convinzione che negli ultimi anni è diventata sempre più forte.

Il problema della sicurezza nelle imprese non è soltanto rispettare un insieme di obblighi. Il problema è riuscire a trasformare quegli obblighi in un sistema organizzato, comprensibile e realmente gestibile.

Perché un'impresa è una sola.

Eppure continuiamo troppo spesso a gestirne la sicurezza come se fossero cinque imprese differenti.

L'impresa è una. Perché la sicurezza continua a essere frammentata?

Osserviamo una piccola o media impresa.

Da una parte c'è il Documento di Valutazione dei Rischi.

Da un'altra parte troviamo il Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione.

Poi ci sono la formazione dei lavoratori, quella dei preposti e degli altri soggetti della prevenzione.

C'è la medicina del lavoro.

Ci sono le emergenze, il primo soccorso, l'antincendio, le attrezzature.

Se l'azienda opera nel settore alimentare, si apre un secondo grande capitolo: HACCP, procedure di autocontrollo, allergeni, tracciabilità, formazione degli addetti.

E poi arrivano privacy, protezione dei dati e altri sistemi di compliance.

Documenti differenti. Professionisti differenti. Scadenze differenti. Linguaggi differenti.

Ma al centro rimane sempre la stessa persona: il Datore di Lavoro.

È spesso proprio l'imprenditore a dover ricostruire l'unità di un sistema che gli specialisti, inevitabilmente, osservano attraverso le rispettive competenze.

Questo modello ha avuto una sua logica.

Oggi, a mio avviso, comincia a mostrare chiaramente i propri limiti.

Il paradosso dell'impresa formalmente in regola

In tanti anni di attività professionale ho incontrato una situazione molto più frequentemente di quanto si possa immaginare.

L'azienda possiede il DVR.

Ha nominato l'RSPP.

Gli attestati di formazione sono archiviati.

La sorveglianza sanitaria è stata attivata quando necessaria.

Nell'impresa alimentare esiste anche il Manuale HACCP.

Guardando superficialmente la documentazione, tutto sembrerebbe a posto.

Poi si comincia a fare qualche domanda.

Il DVR rappresenta ancora l'organizzazione attuale dell'impresa?

Sono entrati nuovi lavoratori?

Sono cambiate mansioni?

Sono state acquistate nuove attrezzature?

Qualcuno ha cambiato ruolo?

Gli aggiornamenti formativi sono stati programmati?

Le procedure indicate nei documenti vengono effettivamente applicate?

Il Manuale HACCP descrive ancora ciò che accade realmente in cucina o nel laboratorio?

Ed ecco emergere il paradosso:

un'impresa può possedere molti documenti e avere comunque un sistema di sicurezza debole.

È una distinzione fondamentale.

Perché la sicurezza non coincide con la quantità di carta conservata in un raccoglitore.

Il DVR non dovrebbe essere il punto di arrivo

Prendiamo il Documento di Valutazione dei Rischi.

Il DVR rappresenta uno degli elementi fondamentali del sistema di prevenzione previsto dal D.Lgs. 81/2008.

Ma proprio per questo commettiamo un errore quando lo consideriamo il traguardo.

Il DVR dovrebbe essere, semmai, il punto di partenza di un processo organizzativo.

Valutare un rischio significa infatti chiedersi immediatamente:

chi è esposto?

Quali misure abbiamo adottato?

Chi deve controllarle?

Serve formazione?

Serve sorveglianza sanitaria?

Esiste una procedura?

L'organizzazione è adeguata?

Quando dovremo verificare nuovamente questa situazione?

Sono domande collegate tra loro.

Il documento fotografa l'impresa in un determinato momento. Ma l'impresa continua a muoversi.

Assume persone.

Perde collaboratori.

Acquista macchinari.

Cambia locali.

Modifica turni.

Introduce prodotti.

Apre nuove sedi.

Cambia processi.

La valutazione dei rischi appartiene quindi alla vita dell'impresa, non alla vita del raccoglitore nel quale viene conservato il DVR.

Questa può sembrare una distinzione semantica.

Non lo è.

È una differenza culturale enorme.

Anche l'RSPP deve uscire dal documento

Lo stesso ragionamento riguarda il Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione.

Nella mia esperienza come RSPP ho maturato una convinzione precisa: il valore di questa figura non può essere misurato dalla firma su una nomina.

Un RSPP che non conosce l'impresa difficilmente può comprenderne davvero i problemi.

Deve conoscere gli ambienti.

Deve comprendere l'organizzazione.

Deve confrontarsi con il Datore di Lavoro.

Deve osservare come lavorano concretamente le persone.

E soprattutto deve contribuire a trasformare la valutazione dei rischi in decisioni.

Il professionista della sicurezza non dovrebbe sostituirsi all'imprenditore.

Dovrebbe aiutarlo a decidere meglio.

È una distinzione alla quale attribuisco molta importanza.

Perché il Datore di Lavoro mantiene il proprio ruolo e le proprie responsabilità.

Ma non per questo deve essere lasciato solo davanti a una normativa sempre più articolata.

Trent'anni di imprese mi hanno insegnato soprattutto questo

Quando si lavora per molti anni con le PMI si scopre qualcosa che difficilmente emerge dalla sola lettura delle norme.

La maggior parte degli imprenditori non vuole diventare esperta di sicurezza.

E non dovrebbe neppure essere questo l'obiettivo.

Un ristoratore vuole gestire bene il proprio ristorante.

Un panificatore vuole produrre.

Un artigiano vuole lavorare.

Un commerciante vuole vendere.

Un imprenditore vuole occuparsi dei propri clienti, dei dipendenti, dei fornitori e dello sviluppo dell'azienda.

Naturalmente deve conoscere le responsabilità che gli competono.

Ma non possiamo pensare che debba trasformarsi contemporaneamente in tecnico della prevenzione, formatore, medico, biologo, tecnologo alimentare ed esperto di ogni normativa che attraversa la sua impresa.

Il nostro compito, come professionisti, dovrebbe essere differente.

Dobbiamo rendere governabile la complessità.

Non banalizzarla.

Non nasconderla.

Renderla comprensibile e gestibile.

È una delle lezioni più importanti che porto con me dall'esperienza iniziata nel 1994 e successivamente sviluppata anche attraverso 626 School, costituita nel 2006. Il sito aziendale presenta oggi proprio questa impostazione: trasformare la complessità normativa in processi più chiari e gestibili per le imprese.

Nell'impresa alimentare la frammentazione diventa ancora più evidente

Prendiamo un ristorante.

Il lavoratore che entra in cucina appartiene contemporaneamente a due sistemi di sicurezza.

È un lavoratore e quindi deve essere tutelato rispetto ai rischi professionali.

Ma manipola anche alimenti e quindi le sue azioni possono incidere sulla sicurezza del consumatore.

Lo stesso ambiente contiene:

rischio di scivolamento;

attrezzature;

calore;

rischio elettrico;

prodotti chimici;

movimentazione;

organizzazione delle emergenze.

Contemporaneamente contiene:

temperature;

contaminazioni;

allergeni;

procedure igieniche;

conservazione;

tracciabilità.

La cucina è una sola.

È la nostra organizzazione professionale ad aver costruito due mondi distinti intorno alla stessa cucina.

Naturalmente le competenze devono rimanere differenti.

Non sostengo affatto che l'RSPP debba trasformarsi in consulente HACCP o che il biologo debba sostituirsi al professionista della sicurezza sul lavoro.

Sostengo qualcosa di diverso:

le competenze devono restare specialistiche, ma il sistema deve diventare integrato.

Questa, a mio avviso, è la vera evoluzione.

Sicurezza integrata non significa “fare tutto”

C'è un equivoco che voglio evitare.

Quando parlo di sicurezza integrata non intendo creare un superconsulente che pretenda di conoscere ogni disciplina.

Sarebbe esattamente l'opposto di ciò che considero necessario.

Più aumenta la complessità, più abbiamo bisogno di competenze specialistiche.

Il punto è un altro.

Il biologo deve poter dialogare con l'RSPP.

Il medico competente deve poter dialogare con il sistema aziendale.

Chi si occupa della formazione deve conoscere le necessità emerse dalla valutazione.

Il consulente HACCP deve comprendere l'organizzazione dell'attività.

E tutti devono riuscire a comunicare con il Datore di Lavoro utilizzando un linguaggio comprensibile.

Possiamo rappresentare questo modello con una formula molto semplice:

specializzazione delle competenze + coordinamento = sicurezza integrata.

Non meno professionisti.

Professionisti più coordinati.

Dalla prestazione al processo

C'è poi un secondo cambiamento che considero inevitabile.

Per molti anni il mercato della consulenza ha funzionato prevalentemente attraverso singole prestazioni.

Serve il DVR?

Facciamo il DVR.

Scade il corso?

Facciamo il corso.

Serve il Manuale HACCP?

Prepariamo il Manuale.

Arriva una richiesta?

Interveniamo.

Questo modello continuerà naturalmente a esistere.

Ma presenta un problema evidente: è quasi sempre reattivo.

Accade qualcosa e il sistema reagisce.

Credo invece che la consulenza del futuro debba diventare progressivamente preventiva.

Non:

“Il corso è scaduto, dobbiamo farlo.”

Ma:

“Tra tre mesi arriverà la scadenza: programmiamolo.”

Non:

“Abbiamo assunto una persona e ora dobbiamo capire cosa manca.”

Ma:

“Prima dell'inserimento verifichiamo formazione, mansione e organizzazione.”

Non:

“È arrivato un controllo.”

Ma:

“Verifichiamo periodicamente l'azienda come se il controllo potesse arrivare domani.”

È il passaggio dalla prestazione al processo.

Ed è probabilmente uno dei cambiamenti più importanti che il nostro settore dovrà affrontare.

Formazione: un attestato non è ancora conoscenza

Anche la formazione merita una riflessione.

Negli anni abbiamo progressivamente trasformato molti percorsi formativi in una successione di:

corso;

registro;

test;

attestato;

aggiornamento.

Tutti elementi necessari.

Ma dobbiamo ricordare qual è il risultato che stiamo realmente cercando.

Una persona deve saper lavorare in maniera più sicura dopo la formazione rispetto a prima.

Se questo non accade, abbiamo completato correttamente un procedimento amministrativo, ma non necessariamente un processo formativo.

Lo stesso vale per il Datore di Lavoro.

Le recenti evoluzioni della formazione attribuiscono ancora maggiore importanza alla sua consapevolezza.

È una direzione che considero corretta.

Perché la cultura della prevenzione difficilmente può svilupparsi in un'impresa se chi la guida considera la sicurezza soltanto un costo o un obbligo da delegare.

La formazione migliore non dovrebbe generare soltanto conformità.

Dovrebbe generare capacità decisionale.

Dalla cultura della scadenza alla cultura della continuità

In un precedente intervento avevo già sostenuto che la nuova sfida per le imprese non fosse semplicemente “avere i documenti”, ma riuscire a gestire la sicurezza nel tempo.

Oggi credo sia necessario fare un passo ulteriore.

Dobbiamo superare quella che definirei cultura della scadenza.

Molte aziende organizzano ancora la sicurezza intorno a una serie di date:

quando scade il corso?

quando dobbiamo aggiornare questo?

quando dobbiamo rifare quello?

Le scadenze sono importanti.

Ma un sistema maturo dovrebbe domandarsi anche:

cosa è cambiato?

cosa potrebbe cambiare?

dove siamo vulnerabili?

quale problema continua a ripetersi?

quale procedura esiste sulla carta ma non funziona nella pratica?

quale informazione non sta arrivando alle persone giuste?

Qui la sicurezza smette di essere una sequenza di adempimenti e comincia a diventare gestione aziendale.

La tecnologia sarà decisiva. Ma non sostituirà la responsabilità

Nei prossimi anni questa trasformazione subirà un'accelerazione enorme.

Software, automazione, piattaforme digitali e intelligenza artificiale potranno aiutarci a monitorare scadenze, organizzare documenti, individuare anomalie, elaborare informazioni e rendere più efficienti molti processi.

Sono convinto che sarebbe un errore opporsi a questa evoluzione.

Ma considero altrettanto sbagliato immaginare che la tecnologia possa sostituire completamente l'esperienza professionale e la conoscenza dell'impresa.

Un algoritmo può elaborare dati.

Può ricordare una scadenza.

Può confrontare informazioni.

Può suggerire una procedura.

Ma la sicurezza vive dentro organizzazioni fatte di persone.

E le persone non sono caselle di un database.

Un lavoratore può avere compreso male una procedura.

Un'attrezzatura può essere utilizzata in modo differente da quello previsto.

Un titolare può aver modificato informalmente un processo senza pensare che quella decisione abbia conseguenze sulla valutazione dei rischi.

La tecnologia può aumentare enormemente la capacità del professionista. Non deve diventare un alibi per eliminare il professionista.

A questo tema dedicherò una riflessione specifica, perché credo che il rapporto tra intelligenza artificiale e prevenzione rappresenterà uno dei grandi argomenti dei prossimi anni.

Il futuro è un ecosistema di competenze

Dopo oltre trent'anni di esperienza sono arrivato quindi a una conclusione apparentemente semplice:

nessun professionista, da solo, possiede tutte le risposte.

E considero questa consapevolezza un punto di forza, non una debolezza.

Le imprese moderne hanno bisogno di reti.

Hanno bisogno di competenze differenti che sappiano lavorare insieme.

È anche la direzione nella quale abbiamo progressivamente sviluppato 626 School: sicurezza sul lavoro, formazione e sicurezza alimentare vengono già presentate come aree complementari dell'assistenza alle aziende.

Lo stesso principio ha guidato esperienze di collaborazione sviluppate nel settore alimentare, dove sicurezza sul lavoro e sicurezza degli alimenti inevitabilmente si incontrano.

Non significa confondere le professioni.

Significa metterle in comunicazione.

Il consulente del futuro dovrà saper ascoltare prima di prescrivere

Esiste infine un aspetto che nessuna innovazione normativa o tecnologica dovrebbe farci dimenticare.

La consulenza comincia dall'ascolto.

Un imprenditore raramente ci presenta il proprio problema utilizzando il nostro linguaggio tecnico.

Dice:

“Sto assumendo una persona.”

“Ho comprato una macchina.”

“Sto aprendo un altro locale.”

“Voglio cambiare cucina.”

“Mi hanno chiesto questo documento.”

“Tra un mese apro.”

“Ho ricevuto un controllo.”

Dietro ciascuna di queste frasi possono nascondersi diversi adempimenti e diverse decisioni.

Il professionista competente non è quello che dimostra all'imprenditore quanto sia complicata la normativa.

È quello che riesce a tradurre quella complessità in una sequenza comprensibile:

questo è il problema;

questo è ciò che dobbiamo verificare;

queste sono le priorità;

questo è ciò che faremo dopo.

La competenza tecnica rimane indispensabile.

Ma senza capacità di ascolto, organizzazione e comunicazione rischia di rimanere confinata dentro il nostro mondo professionale.

Una nuova idea di prevenzione

Credo quindi che siamo davanti a un passaggio culturale.

Per decenni abbiamo costruito la sicurezza soprattutto intorno agli obblighi.

Era necessario.

Ora dobbiamo costruire la fase successiva.

Una sicurezza:

continuativa, perché l'impresa cambia;

integrata, perché i rischi non vivono in compartimenti stagni;

multidisciplinare, perché nessuno possiede tutte le competenze;

programmata, perché prevenire significa arrivare prima del problema;

comprensibile, perché l'imprenditore deve poter governare il sistema;

tecnologica, perché non possiamo rinunciare agli strumenti che migliorano efficienza e controllo;

ma soprattutto umana, perché alla fine ogni sistema di prevenzione viene applicato da persone.

È questa la sicurezza che immagino per i prossimi anni.

Non una sicurezza con più carta.

Una sicurezza con più organizzazione.

Non più professionisti che lavorano isolatamente.

Più competenze che lavorano insieme.

Non un imprenditore sommerso da obblighi che non comprende.

Un Datore di Lavoro consapevole, assistito e messo nelle condizioni di decidere.

Dal 1994 guardo le imprese cambiare. Adesso deve cambiare anche il nostro modo di assisterle

Trent'anni sono un osservatorio privilegiato.

Permettono di vedere mode che passano, norme che cambiano, tecnologie che sembravano rivoluzionarie diventare quotidiane.

Ma permettono soprattutto di capire quali problemi continuano a ripresentarsi.

Uno di questi è la frammentazione.

Credo sia arrivato il momento di superarla.

Non attraverso l'ennesimo documento.

Non attraverso l'ennesima sigla.

E nemmeno attraverso la pretesa che un'unica persona sappia fare tutto.

La risposta che vedo è differente:

costruire sistemi nei quali competenze specialistiche, organizzazione e tecnologia lavorino intorno alla stessa impresa.

Perché l'impresa, torno al punto dal quale sono partito, è una sola.

E anche la prevenzione deve imparare a ragionare come un sistema.

Un invito ai professionisti della sicurezza

Questa evoluzione non può essere realizzata da una sola azienda.

E non è questo l'obiettivo.

RSPP, ASPP, medici competenti, biologi, tecnologi alimentari, formatori, consulenti, tecnici e professionisti possiedono pezzi differenti di una conoscenza che diventa molto più potente quando viene condivisa.

Per questo considero importante aprire il confronto anche oltre i confini delle singole organizzazioni.

Se sei un professionista e condividi l'idea di una sicurezza più integrata, multidisciplinare e vicina alle esigenze reali delle PMI, il confronto è aperto.

Abbiamo bisogno di competenze.

Abbiamo bisogno di esperienza.

Ma abbiamo bisogno soprattutto della capacità di lavorare insieme.

Perché sono convinto che la prossima grande innovazione nella sicurezza delle imprese non sarà semplicemente un nuovo obbligo normativo.

Sarà la capacità di mettere in rete persone, competenze e tecnologia per costruire una prevenzione migliore.

E questa, dopo oltre trent'anni di lavoro con le imprese, è la direzione nella quale credo valga la pena andare.



Scheda autore


Giancarlo D'Andrea  sociologo e Direttore di 626 School. Proveniente da una multinazionale dell'automobile , ha maturate una solida esperienza sindacale .Opera professionalmente nel campo della formazione e della consulenza alle imprese dal 1994 e ha maturato esperienza come RSPP e formatore per la sicurezza sul lavoro. Autore di numerose pubblicazioni tecnico-scientifiche tra le quali ricordo " Asseverazione del modello organizzativo per la sicurezza " ( EPC Editore ) , "i Modelli 231" ( Wolters Kluver ) e " Mobbing : il lato ocuro della sicurezza "." Sicuri senza glutine "


626 School opera dal 2006 nella consulenza e formazione in materia di sicurezza sul lavoro e sicurezza alimentare.

Commenti


bottom of page